sabato 26 agosto 2017

Creme e spray solari

Questi che recensisco sono i prodotti che ho usato per me e i miei figli.

Mi sono trovata complessivamente molto bene e spero di darvi quelle informazioni che mi sarebbe stato utile avere prima di acquistare ma che non ho trovato. Quindi, anche se l'estate oramai è andata, spero vi siano di aiuto per le vostre scelte future.

RILASTIL Sun System spf 30 e spf 50 spray: 5 stelle
Questa protezione viene erogata come un vero e proprio spray (infatti contiene gas), con una nebulizzazione per capirci simile a quella della lacca. Ed in effetti ha anche la texture di una lacca!!!
POSITIVO: risulta sorprendentemente efficace e può essere applicata anche sulla pelle sudata o bagnata.
Questa nebulizzazione ti permette di applicare la protezione anche da sola sulle spalle e sulla schiena: la nebulizzazione è molto ampia e tutte le parti vengono coperte. Per una mamma che in spiaggia non ha mai tempo per sé direi SUPER!
Ho usato sia la protezione 50 (per i bambini) che la 30 (per me). La 30 anche mio marito in canoa. Risultato: neanche l'ombra di una minima scottatura.
Si asciuga in pochi istanti.
NEGATIVO: va applicata con attenzione rispetto ai tessuti dei costumi. Il mio costume intero di Golden Point - tessuto tecnico, tagliato al laser- si è rovinato (come accartocciato) venendoci a contatto.
ATTENZIONE: va applicata ad una certa distanza altrimenti crea uno strato liquido sulla pelle
PREZZO: occhio alle promozioni, è decisamente costosa.



GARNIER AMBRE SOLAIRE Kids advanced spf 50 - spray anti sabbia: 5 stelle plus
Chi l'avrebbe mai detto che un prodotto da supermercato potesse essere così efficace!!
POSITIVO: facilissima da applicare. A differenza di Rilastil ha una nebulizzazione più semplice e mantiene comunque la texture di una crema solare. Piacevolissima sulla pelle, anche quella del viso. Mi è stata consigliata appositamente per la pelle della piccola appena uscita dalla varicella. Risultato: nessuna traccia di macchie post malattia. E ne aveva tantissime sul viso.
NEGATIVO: va spruzzata da una certa distanza altrimenti lo spray si concentra su un punto e poi va spalmata.Va agitata bene prima di spruzzare perché non contiene gas. Ma anche se ci scorda esce comunque bene.
ATTENZIONE: meglio applicarla prima di indossare il costume e farla asciugare bene.
PREZZO: accessibilissimo



BIODERMA Eau de soin Hydrabio spf 30: 2 stelle
Questa l'ho cercata tanto per avere una protezione 30 da usare in città ma che consentisse comunque di mettere un minimo di trucco e non avere la sensazione di schermo che ottura i pori della pelle. La mia necessità, infatti, era trovare una sostituzione per la crema idratante da giorno che uso normalmente, troppo pastosa per l'estate e senza fattore di protezione. Cercavo un prodotto che avesse un spf 30, ma che io sappia non esistono creme da giorno con questo livello di protezione. 30 è già un fattore da crema diciamo "da spiaggia"; le alternative erano comunque delle creme che si acquistano in farmacia ma non adatte - anche se sottoforma di latte, con una texture più leggera rispetto alla crema- ad un uso cittadino. Alla fine ho trovato questo nuovo prodotto di Bioderma. Ottima l'idea, andrà sicuramente migliorato nelle prossime versioni.
POSITIVO: estremamente idratante. Efficace.
NEGATIVO: si trova con difficoltà. Non è uno spray con il gas (come Rilastil) quindi la bottiglietta va agitata molto e molto energicamente per evitare che escano spruzzi liquidi. A contatto con i tessuti macchia, e questo è un problema perché io l'ho usata anche sul decolleté. Lascia una patina che con il sudore diventa una pappetta biancastra che si appiccica sulle collane e sui tessuti creando anche delle sgradevoli strisce.
ATTENZIONE:  crea un effetto madido per cui spesso mi hanno chiesto se stessi sudando o se mi sentissi poco bene. Ho poi scoperto che per evitare l'effetto "madido di sudore" è sufficiente tamponare delicatamente il viso e il decolleté con un panno morbido e leggermente umido dopo averla applicata.
PREZZO: accessibile




CLINIANS Latte protettivo spf 50: 3 stelle
Appositamente usata per la pelle di mia figlia appena uscita dalla varicella
POSITIVO: non passa un raggio ma neanche a pagarlo.
NEGATIVO: pur essendo un latte è molto pastoso, va spalmato bene e con cura. Va anche lasciata asciugare bene prima di vestirsi.
ATTENZIONE: purtroppo macchia molto i tessuti e non si pulisce.
PREZZO: accessibilissimo.



GARNIER AMBRE SOLAIRE Latte protettivo spf 30 e Kids advanced spf 50 (no spray): 5 stelle
Volevo qualcosa di applicazione più tradizionale e quindi più facile da passare al marito!
POSITIVO: il latte 30 è piacevolissimo sulla pelle ed è molto efficace. NON MACCHIA!!!! Lo spary Kids in realtà (a differenza di quello recensito in precedenza) è uno spruzzo, uno schizzo, non è una nebulizzazione, quindi va poi spalmato con molta cura. Neppure questo prodotto macchia.
NEGATIVO: l'erogatore dello spray, considerato che non c'è nebulizzazione, è inutile.
ATTENZIONE: nessuna
PREZZO: accessibilissimi



BILBOA burro di cacao per le labbra spf 20: 4 stelle
Utilissimo ed efficacissimo.
POSITIVO: labbra protette ed idratate.
NEGATIVO: si trova con difficoltà.
PREZZO: accessibilissimo.

giovedì 8 giugno 2017

OSO: disabilità, sport, CSR, crowdfunding


Grande evento ieri a Roma per la presentazione di OSO- Oltre Ogni Sport, la piattaforma digitale che Fondazione Vodafone Italia dedica alle persone disabili che intendono avvicinarsi allo sport.
L’emozione è tanta quando vedi passarti accanto persone del calibro di Alex Zanardi e Bebe Vio. Persone normali ma con un certo di più: determinazione e carattere [il di meno, con loro, non è proprio immaginabile].
Quando li senti parlare non puoi non annichilire, come osservato dal presidente del CONI Giovanni Malagò. 
Zanardi parlando con i giornalisti ci lancia una di quelle frasi che per quanto è vera, semplice, bella ed immediata la potresti scrivere su una maglietta, o su un muro con lo spray, o tatutala sul braccio: la prima sfida è iniziare. 
L’ho subito twittata, non potevo resistere, e nel giro di un nano secondo me l’hanno ritwittata in 10. Wow. 
La seconda frase che mi porto a casa è un super claim, di quelli che ti stendono. E chissà come gli sarà venuto in mente: se al termine di un lunghissimo brain storming o così, all’improvviso. Il claim in questione è “Disabilita i tuoi limiti”. Il riferimento alle tecnologie, al superamento delle barriere: un invito rivolto a tutti, un messaggio (sms? 😉 ) universale: per le persone con disabilità ma anche per le normodotate.

Superare tre barriere

Nel suo speech il Presidente Resmini ha affrontato il tema delle tre barriere che impediscono od ostacolano la pratica sportiva da parte delle persone con disabilità– che, ricordiamocelo, è il fine della piattaforma OSO- ma che a ben vedere sono le tre barriere con cui ci troviamo tutti  a fare i conti nelle molte dimensioni della nostra vita: una barriera economica di accesso, una barriera emotiva (vedi la prima sfida citata da Zanardi) ed una barriera informativa (quale sarà lo sport adatto a me e, soprattutto: nella mia condizione di disabilità potrò fare sport?).
La risposta è OSO: un ambiente in cui ci si scambiano esperienze, si incontrano competenze, si geolocalizzano impianti e strutture accessibili, si scambiano e acquistano attrezzature ed ausili, si propone un progetto alla community per una raccolta fondi (quest’ultima supportata da Eppela).
OSO - Ogni Sport Oltre è la prima piattaforma digitale che mette in rete tutte le informazioni utili a chi vuole praticare sport in Italia e creare una comunità di utenti fra persone con disabilità, le famiglie, gli istruttori e i professionisti sportivi e tutti coloro che sono appassionati di sport, veicolando un modello inclusivo di partecipazione, perché lo sport sia davvero un'opportunità per tutti”.
Il progetto è stato realizzato in collaborazione con il CIP – Il Comitato Italiano Paralimpico e numerosi partner tra cui  i principali sono Huawei Italia e Fondazione CON IL SUD (quest’ultima ha partecipato con un importante contributo economico).

11 + 28
Ieri è stata anche l’occasione per premiare gli 11 progetti nazionali risultati vincitori della Call for ideas 2016:
  • lo Sport e non solo dell’A.S.D. Onlus Sa.Spo
  • Con il BASS lo snowboard è per tutti di Antenne Handicap Vda Onlus
  • Baskin: la terza via di Associazione Baskin
  • Insuperiamoci 2017/2018 dell’A.S.D. Total Sport
  • Sportability Italy della Cooperativa Sociale Download – Albergo Etico Onlus
  • Rowing for All della Federazione Italiana Canottaggio
  • Campionato Regionale Interscolastico di Calcio Balilla integrato della Federazione paralimpica italiana Calcio Balilla
  • Tuffiamoci della Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva Relazionale
  • Summer Camp AITA di Progetto AITA Onlus
  • Saling for All di Spazio Vita Niguarda Cooperativa Sociale Onlus
  • Poseidon 2.0 di vEyes Onlus.

 
Sono poi presenti sulla piattaforma di crowdfunding di OSO 28 progetti ad impatto locale. Questi progetti, selezionati attraverso la Call for ideas, si sono aggiudicati il finanziamento in modalità “matching grant” cioè al raggiungimento del 50% del capitale richiesto, la Fondazione raddoppierà gli importi donati.
Ammetto che qui il meccanismo del progetto “mi si è fatto complesso” come quasi tutti i progetti di CSR degli ultimi due anni in cui ci si vuole mettere dentro davvero tanto (a volte troppo). 
A fronte del desiderio di fare/dare il massimo si devono comunque fare i conti con le risorse disponibili -che non sono mai infinite- e con le strategie di visibilità e reputazione corporate.
Il meccanismo del matching grant impone infatti alle possibili beneficiarie di attrezzarsi in termini di comunicazione e raccolta fondi che no: non sono la stessa cosa e l'una non può sostituirsi all'altra. Questo meccanismo farà vincere le più strutturate (non necessariamente le più grandi: è una questione di mentalità).

I progetti sono elencati qui: 
http://www.vodafone.it/portal/Vodafone-Italia/Fondazione/Progetti-ammessi-al-finanziamento 

E non finisce: ancora + 4 
Fondazione Vodafone Italia ha inoltre selezionato altri quattro progetti in virtù del loro forte impatto in termini di sensibilizzazione verso l’integrazione e la diffusione della pratica sportiva soprattutto verso il mondo dei giovani e delle scuole. 
Eccoli
Games for Inclusion di A.S.D. Special Olympics Italia Onlus che propone percorsi educativi rivolti alle scuole per studenti con disabilità intellettivo-relazionale;
Route 22, della A.D.S Progetto 22 che documenterà il viaggio in nord Europa di Andrea Devicenzi Massimo Spagnoli, entrambi atleti con disabilità, attraverso un documentario che sarà raccontato sulla piattaforma di OSO e attraverso la divulgazione in più di 100 scuole medie e superiori;
Giochi Senza Barriere Roma 2017, organizzato dall’Associazione art4sport ONLUS nata dalla storia di Bebe Vio, per promuovere lo sport paralimpico e l’integrazione fra bambini disabili e normodotati (ma supportato credo anche da altri sponsor, oggi su Facebook ho intercettato il post sponsorizzato di Barilla che promuove questo evento).


Ma il più bello, a mio avviso, è questo:
Obiettivo 3, il progetto promosso da Alex Zanardi per identificare atleti motivati a farsi guidare e allenare per arrivare ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020. GENIALE. Appena saputo l’ho segnalato alla mia amica Stefania che si è già candidata.
Bellissimo.
Sei un grande.
 
P.s.
Il video del pinguino che non ha le pinne e nemmeno le branchie ma che nonostante tutto nuota ... avrei voluto farlo io o quanto meno avrei voluto che fosse venuto in mente a me (ma poi, non avendo Vodafone, tra i miei clienti che ci avrei fatto?), è davvero bello.

martedì 9 maggio 2017

Le vite degli altri #1


#banalità
Triste vedere come banalità del matrimonio (la cerimonia, la festa, i frizzi e lazzi) colpisca in tutti i suoi cliché inesorabilmente tutti. Anche i più agée. Che noia. Che carnevale delle emozioni. Visto, rivisto. Retorico.
Esiste una correlazione direttamente proporzionale tra quanto è luccicante un matrimonio e il fragore del divorzio che lo segue.
Per essere chiari: #Chiara e #Fedez non sono partiti con il piede giusto.
Scappate, non dite nulla a nessuno, siate felici, tornate “UNITI PER SEMPRE”

#chedevidadi?
Ma sta foto che posti con 1000 # esattamente che me dovrebbe di? Un sano paragrafo in cui si esprimono concetti ed emozioni no???

#MafiaCapitale
La giustificazione a tutte le inefficienze del glorioso Campidoglio

#Twitter
Che poi l’aveva inventato Cesare #veni #vidi #vici

Mazza che palle.

giovedì 19 gennaio 2017

La sharing vincerà



Boston, 2014. L’autista spiega che guida per Uber due pomeriggi a settimana. “L’Università di mia figlia costa 2.000 dollari in più del previsto. In questo modo posso pagare la retta”. Già, negli Stati Uniti se hai più spese il problema non è tagliare ma guadagnare di più.

Torino, 2016. I rider di Foodora mettono in campo il primo sciopero per una start up di consegne a domicilio. Sono sotto pagati, sfruttati. Foodora risponde che chi lavora per loro non può aspirare ad un reddito paragonabile ad altri lavori, ma ad un'entrata sotto tutti i punti di vista “accessoria”.
In effetti non si può pensare che meno di tre euro a consegna possano in qualche modo rappresentare l’unica forma di guadagno per una persona. Foodora appartiene alla gig economy (i lavoretti organizzati da una piattaforma on line) e nulla a che vedere con le tradizionali forme di lavoro dipendente subordinato.

Roma, metà anni ’70. Mia zia racconta: “Ero incinta del mio secondo figlio. Il giovedì ho perso il lavoro, la mia fabbrica era stata venduta ad un gruppo danese e ci  hanno licenziati tutti. Il giorno dopo, il venerdì, fallisce il giornale dove lavorava mio marito, stava alle  rotative. Disoccupati tutti e due. Come ce la siamo cavata? Mio marito si è messo agli angoli delle strade a vendere sacchi di patate, li prendeva dal banco della verdura di un nostro parente. Oggi se perdi il lavoro ma che ti inventi? Mica lo potresti fare, dico mettersi a vendere le patate. Ti fanno le multe o peggio ti chiedono il pizzo”.

La sharing: leva dell’italica ripresa

Quello che apprezzo della sharing economy è la forte spinta dal basso che la caratterizza.
Persone normali che – rilevata un’opportunità inespressa dal mercato- la mettono a frutto attraverso delle piattaforme on line che creano un luogo democratico di incontro tra domanda e offerta. Aprono, cioè, NUOVI mercati che nulla tolgono ai mercati già esistenti. Anzi, li costringono – dal basso- ad elevare i propri standard. Chi viaggia con BlaBlacar non solo non prende il treno (forse la sua destinazione non è servita?), ma nemmeno il pullman; chi dorme in una stanza trovata su AirBnB non è certo il target di un hotel a 5 stelle; chi partecipa al social eating di Gnammo non è certo il tipo di cliente che va nei ristoranti stellati; chi usufruisce di Uber probabilmente non ritiene buono il servizio taxi del posto e quindi non ne usufruirebbe mai. O forse -più semplicemente- i clienti sono ANCHE clienti degli altri, ma certo non li vivono in competizione.Si tratta di esperienze del tutto diverse.
La sharing economy è assolutamente in linea con il migliore approccio italico ai problemi, gli da una forma e una possibilità di rinnovato vigore.
Le nostre famiglie sono piene di aneddoti legati ai modi più strampalati per arrivare alla fine del mese: chi cucinava per i vicini, chi svolgeva lavoretti, chi vendeva i gelati di sera dopo aver chiuso il negozio, chi raccoglieva i cartoni a fine turno e li rivendeva … il doppio, il triplo lavoretto hanno permesso a molte famiglie italiane di uscire dal tunnel della povertà.

L’intervento del legilstaore
È stata approvato il 17 gennaio alla Camera il provvedimento concordato da Pd, M5S, sinistra italiana e Area popolare (326 voti a favore, 23 contrari e 27 astenuti) circa la disciplina dell'attività di ristorazione in abitazione privata  (testo unificato delle proposte di legge: Minardo; Cancelleri ed altri; Basso ed altri; Ricciatti ed altri: disciplina dell’attività di ristorazione in abitazione privata (a.c. 3258-3337-3725-3807-a)

Osservazioni personalissime: solo barriere di ingresso

Prima perplessità: perché iniziare da un di cui della sharing economy (l’home resturant) e non pensare ad una regolamentazione della sharing in generale? Perché il fenomeno è liquido, e il legislatore non ha strumenti per gestirlo.

Fermo restando che la tracciabilità dei pagamenti sia necessaria quale forma di contrasto all’evasione fiscale, il testo è sì un riconoscimento dell’attività di home resturant ma è miope, non centrato rispetto al fenomeno in generale e che non coglie correttamente il tema del contrasto alla “concorrenza sleale”.

Pagamenti solo elettronici: se il presupposto è il contrasto all’evasione allora questo principio deve valere  per qualsiasi attività commerciale o professionale, senza possibilità di contanti neppure per 50 centesimi. Perché altrimenti il legislatore assume che la sharing economy sia sinonimo di evasione fiscale. Ecco, usiamo la sharing economy per elevare gli standard degli altri: facciamo sparire i contanti. Per tutti.

Le associazioni di categoria: invece di creare un’alleanza hanno scelto lo scontro, non comprendendo la spirale involutiva a cui questo atteggiamento li condannerà. Avrebbe potuto essere l’occasione per chiedere degli allentamenti, ma no: meglio difendere le caste anche a costo di continuare a sostenere vincoli assurdi e commerci illegali di licenze. Mi sarei aspettata più strategia da parte loro.

Divieto di accoppiare più forme di sharing economy, nello specifico l’home resturant con l’ospitalità. Perché? Se possiedo una piccola pensione, non posso forse aprire anche un piccolo ristorante? Qual è il senso della norma? Il numero delle licenze?

Concorrenza sleale: passiamo alle vendite on line. I prodotti costano di meno, a volte molto di meno, e vengono consegnati dove più è comodo. Direi, con gli occhi del legislatore, che siamo di fronte ad un evidente caso di concorrenza sleale. Peccato che siano gli stessi negozi a pubblicizzare i loro stessi prodotti sui loro siti web a costi inferiori (La Feltrinelli, Mediawords, Euronics, catene alberghiere anche di lusso e molti altri). Cosa è, oggi, la concorrenza?

Abitabilità: è di tutto buon senso richiedere che le attività di home resturant si svolgano in abitazioni che abbiano l’abitabilità. Peccato che la maggior parte delle abitazioni regolarmente vendute e pagate con regolari mutui bancari questa certificazione non ce l’abbia. Facciamo in modo che la norma di riferimento venga applicata correttamente in tutti gli ambiti previsti e che questo vincolo (ripeto: assolutamente sensato) non sia il modo di creare delle barriere d’ingresso ad un mercato.




Per riflettere (copiare e incollare i link)



lunedì 26 settembre 2016

Il gran casino del #fertilityday: la formazione dello staff proprio no


21 anni.
Impiegherò esattamente 21 anni per guadagnare quello che la Dott.ssa Daniela Rodorigo, ex direttore della Comunicazione del Ministero della Salute, guadagna in un anno.
I miei sudatissimi 11 mila contro i suoi 236 mila.

Il 22 settembre ero certa di essere incappata in un fake.
Ero così certa che la campagna del #fertilityday fosse stata ritirata dopo l'infelice campagna pubblicitaria della ragazza con la clessidra (convinta che fosse un fake pure quello!), che ho declassato il simpatico volatino a parodia perché ero certa che fosse uscito da un gruppo di geni del social tipo The Jakcal. E invece no.

Leggo questo articolo de La Stampa  in cui Vicky Gitto propone al Ministro Lorenzin di

"sedersi attorno a un tavolo con noi [Art Directors Club Italiano]. Potremo spiegare a lei ai suoi collaboratori cos’è un brief e quali sono i tempi e i modi per una corretta realizzazione di una compagna efficace. Spiegare come si sviluppa un progetto e valutare il risultato finale. Dare assistenza, insomma."

No. Non ci siamo proprio.
Un errore di comunicazione così deve far riflettere.

Nessuno di noi professionisti della comunicazione avrebbe potuto anche solo immaginare nel peggiore dei suoi incubi di inscenare un "orrore" del genere.

Perché ci siamo fatti le ossa con le più terribili multinazionali del mondo, quelle che ti tagliano la mano per aver messo in copia ad una mail un destinatario di troppo; con i clienti che prevedono lo decapitazione istantanea per un qualsiasi segno grafico non in linea con il manuale di corporate identity;  che includono 6 mesi di test prima di mettere on line anche una sola pagina web aziendale.

Perché abbiamo imparato a ragionare sul "dove cade la comunicazione dopo che l'ho lanciata" e perché non smettiamo mai di fare gavetta.

Non ci sto perché la PA fa di tutto per non assumere persone qualificate nel settore della comunicazione.
I bandi pubblici di selezione per funzionari della comunicazione sono pieni di requisiti inutili ed eccessivi (vogliamo parlare del master biennale in comunicazione di secondo livello richiesto dal MIBACT...un master che tra le altre cose neppure esiste!) che servono solo a stringere il cerchio dei possibili candidati ... e magari pubblichiamolo il 29 dicembre il bando, così non lo legge nessuno!

A queste persone che vivono in un limbo dorato da 236 mila euro l'anno dovremmo, mossi a compassione e pieni di spirito civico e di collaborazione tra colleghi, spiegare come si fa un briefing tecnico?

Mi ci vorranno 21 anni.



giovedì 10 marzo 2016

Il welfare aziendale delle PMI in Italia: il Welfare Index

Enea Dallaglio di Innovation Team illustra i risultati dell'indagine

Grandiosa presentazione a Roma della prima edizione del Welfare Index PMI. Erano anni che non assistevo ad un bell'evento in cui non c'è sfarzo ma puntigliosa cura del dettaglio (ma una cosa mancava: l'# ufficiale per agganciarsi alla diretta Twitter, la conversazione che stava nascendo sui social. Di mia iniziativa ho messo #welfareindexpmi... troppo lungo ma almeno ci siamo trovati!).

Ma si passi al punto e cioè all'analisi del welfare aziendale così come inventato, interpretato e rappresentato dalle PMI (una cosetta da niente: solo l’80% della forza lavoro del Paese e basta questo per capire quanto pesi su questa fetta il mondo agricolo, qui rappresentato da Confagricoltura) e a breve sostenuto grazie al regolamento attuativo della legge di stabilità 2015 che prevede importanti novità per le imprese che investono in questo settore aziendale.

Perché investire in welfare aziendale?
Perchè banalmente, come spiega Philippe Donnet CEO di Generali Italia, con il welfare aziendali vince il lavoratore, l'azienda, la comunità e il Paese. I dipendenti vedono aumentare il proprio reddito reale e beneficiano di molte iniziative di conciliazione; le aziende guadagnano fedeltà e produttività (ma questa fedeltà tanto decantata davvero conta qualcosa? mi spiace non averla mai sperimentata sulla mia pelle sia in prima persona - ok, se ci lasci avrai fatto le tue valutazioni- che verso i miei colleghi- io piango per il turn over oltre una certa soglia di sostenibilità, ma interessa solo a me! In genere si volta pagina e tanti saluti, tanto rimaniamo connessi su Linkedin...); ci guadagna la comunità locale - immagino soprattutto nelle piccole comunità- che riescono ad usufruire di maggiori servizi ed interventi (molto spesso il welfare aziendale si traduce in interventi di recupero urbanistici) e ci guadagna l'Italia: se le PMI stanno meglio ne giova tutto il sistema.
certamente la spinta verso il welfare aziendale nasce dal buon senso dell'imprenditore, ma per crescere in modo utile occorre strutturarlo. Anche perché una delle sue caratteristiche è di nascere in maniera non negoziale, sono cioè atti unilaterali che non passano attraverso la contrattazione sindacale o di altro tipo. Ma questo è spiegato da molti con il fatto che il nelle PMI ma trattativa è più semplice, avviene in conversazioni che possono svolgersi al supermercato quando un imprenditore o un dirigente incontra un collega che prima di tutto è un "compaesano". Vabbè, questa non l'hanno detta loro ma la porto io come esperienza diretta di quando lavoravo in un centro di 26.ooo abitanti e mi capitava di avere le conversazioni più interessanti e proficue di fronte all'area latticini ed insaccati...

L'indagine è stata condotta su 2.140 aziende dei tre settori produttivi (industria, commercio e servizi e agricoltura) e curata da Innovation Team.
I risultati sono prevedibili, le aree in cui le PMI risultano attive sono le tre classiche:
1 - Iniziative per la gestione del personale: formazione e sostegno alla mobilità (64,1%), assicurazioni per dipendenti e famiglie (53%), sostegno economico ai dipendenti (46,2%)
2. Iniziative classiche di welfare complementare: previdenza integrativa (40,4%), Salute (38,8%), sicurezza e prevenzione (38%)
3. Iniziative più innovative: pari opportunità e sostegno ai genitori (18,5%), welfare allargato al territorio (15%), integrazione sociale (14,1%) e conciliazione vita lavoro (4,9%)

E anche la classificazione è prevedibile

  • Vita e lavoro” (21% del totale), le imprese con rilevanti iniziative nelle aree della conciliazione vita e lavoro, del sostegno alle pari opportunità e ai genitori;
  •  “Inclusivi” (9,5%), le imprese più attive nelle aree della integrazione sociale e delle iniziative di welfare allargate al territorio;
  •  “People care” (10,8%), le imprese con iniziative concentrate soprattutto nelle aree della gestione delle risorse umane e dei fringe benefit;
  •  “Attuatori” (48%), aziende attive in diverse aree del welfare aziendale che però prevalentemente applicano quanto previsto dai contratti nazionali di categoria;
  •  “Beginner” (10,7%), imprese che sono nella fase iniziale di esperienza del welfare aziendale.

Ciò che non era prevedibile è che fossero TUTTE attive. 
Tutte.
A vari livelli, ovvio. Tutto il mondo delle PMI si è seriamente posto il tema del welfare aziendale e molte quello della previdenza sanitaria e d assicurativa, considerata - nelle parole di alcuni imprenditori presenti- come un aspetto non più correlabile al benefit aziendale ma come essenziale nella contrattualizzaizone.
Le PMI hanno visto e vissuto, e continuano a farlo, gli effetti neri della crisi e -secondo me- l'assenza dello Stato non solo a livello centrale ma anche locale. Le risorse che calano, le certezze che svaniscono, la burocrazia, la difficoltà di erogare anche un solo euro in più a beneficio della cittadinanza.
Per l'imprenditore l'azienda è la vita della propria famiglia e tutto deve essere fatto per salvarla.
Ok, non sono tutti santi, ma quelli raccontati lo scorso 8 marzo sono veramente persone che si sono rimboccate le maniche, non c'è dubbio, e non sono i soli.
Ricostruzione della scuola materna e costituzione di una squadra di calcio (Panzeri), una onlus interamente finanziata dall'azienda per la gestione dei migranti arrivati nella comunità (Lurisia),  appartamenti ad affitto calmierato per i lavoratori (Socfeder), politiche di conciliazione all'ennesima potenza (Rusconi Viaggi), assunzione di intere famiglie (Agrimad).
Alberto Baban, Presidente Piccola Industria Confindustria, lo ripete: il welfare aziendale non è e non potrà mai essere sostitutivo di quello dello Stato.
Va bene, non sostitutivo ma integrativo si. E allora l'Italia vivrà l'ulteriore frattura di chi sta dentro e chi sta fuori, di chi non sta nel pubblico e nemmeno nel "privato buono e responsabile" e ad essere fuori siamo veramente in tanti, troppi.



venerdì 19 febbraio 2016

A cosa non serve Linkedin

Si scrivono in continuazione post e articoli su come trovare lavoro con Linkedin, come costruire una personal brand reputation sui social, cosa scrivere e cosa non scrivere per apparire interessanti ("essere" sarebbe meglio? vabbè: valorizzarsi) ma niente sulla minima etichetta da seguire su un social che nasce per connettere competenze professionali, non solo per trovare lavoro ma soprattutto per trovare lavoro in Italia, visto che solo il 15% delle posizioni sono in chiaro e che tutto, TUTTO, gira su passaparola: dalla baby sitter all'AD.

Per quanto mi riguarda consulto i profili delle persone con cui ho a che fare nel mio lavoro, sia per verificare le competenze dichiarate sia per trovare un terreno di dialogo comune. Si lavora: non si deve mica diventare amici per forza!.

Ecco perché detesto profondamente l'utilizzo (forse solo italiano? non lo so) che si fa di Linkedin e cioè la vetrina.
Post rilanciati a caso, un media su cui far rimbalzare notizie generate altrove e non necessariamente in target per la comunità di Linkedin, aforismi, battute stupide, pubblicità sotto forma di interessanti convegni a cui partecipare.
Ci sono dei gruppi in cui nessuno dialoga con nessuno ma tutti, o quasi tutti, postano le proprie iniziative  certo per fare informazione ma soprattutto per portare acqua al proprio mulino.

Passi che non si accettano le richieste di persone che non si conoscono o con cui non si condividono interessi  o esperienze professionali, ma che vogliamo dire di quando provi a contattare qualcuno che magari il collegamento te lo ha pure chiesto, gli scrivi e non ti risponde? O se ti risponde lo fa settimane se non mesi dopo perché "scusa, ma il messaggio gira su un indirizzo di posta che non uso e su Linkedin non entro quasi mai". Quasi mai????

Spesso nelle richieste di collegamento inserisco dei messaggi personalizzati, ma nessuno li legge e lo capisco perché dentro magari ci sono delle domande oppure semplicemente un "Ma che piacere ritrovarti!" a cui però nessuno, nell'accettare il collegamento, dà seguito.

E allora a che dovrebbe servire Linkedin se non a sostenere lo scambio di informazioni, competenze e la nascita di networking? Linkedin è un social network...dice nulla questa parola??????

Siamo un popolo di guardoni e voyeur e basta. Punto.