giovedì 19 gennaio 2017

La sharing vincerà



Boston, 2014. L’autista spiega che guida per Uber due pomeriggi a settimana. “L’Università di mia figlia costa 2.000 dollari in più del previsto. In questo modo posso pagare la retta”. Già, negli Stati Uniti se hai più spese il problema non è tagliare ma guadagnare di più.

Torino, 2016. I rider di Foodora mettono in campo il primo sciopero per una start up di consegne a domicilio. Sono sotto pagati, sfruttati. Foodora risponde che chi lavora per loro non può aspirare ad un reddito paragonabile ad altri lavori, ma ad un'entrata sotto tutti i punti di vista “accessoria”.
In effetti non si può pensare che meno di tre euro a consegna possano in qualche modo rappresentare l’unica forma di guadagno per una persona. Foodora appartiene alla gig economy (i lavoretti organizzati da una piattaforma on line) e nulla a che vedere con le tradizionali forme di lavoro dipendente subordinato.

Roma, metà anni ’70. Mia zia racconta: “Ero incinta del mio secondo figlio. Il giovedì ho perso il lavoro, la mia fabbrica era stata venduta ad un gruppo danese e ci  hanno licenziati tutti. Il giorno dopo, il venerdì, fallisce il giornale dove lavorava mio marito, stava alle  rotative. Disoccupati tutti e due. Come ce la siamo cavata? Mio marito si è messo agli angoli delle strade a vendere sacchi di patate, li prendeva dal banco della verdura di un nostro parente. Oggi se perdi il lavoro ma che ti inventi? Mica lo potresti fare, dico mettersi a vendere le patate. Ti fanno le multe o peggio ti chiedono il pizzo”.

La sharing: leva dell’italica ripresa

Quello che apprezzo della sharing economy è la forte spinta dal basso che la caratterizza.
Persone normali che – rilevata un’opportunità inespressa dal mercato- la mettono a frutto attraverso delle piattaforme on line che creano un luogo democratico di incontro tra domanda e offerta. Aprono, cioè, NUOVI mercati che nulla tolgono ai mercati già esistenti. Anzi, li costringono – dal basso- ad elevare i propri standard. Chi viaggia con BlaBlacar non solo non prende il treno (forse la sua destinazione non è servita?), ma nemmeno il pullman; chi dorme in una stanza trovata su AirBnB non è certo il target di un hotel a 5 stelle; chi partecipa al social eating di Gnammo non è certo il tipo di cliente che va nei ristoranti stellati; chi usufruisce di Uber probabilmente non ritiene buono il servizio taxi del posto e quindi non ne usufruirebbe mai. O forse -più semplicemente- i clienti sono ANCHE clienti degli altri, ma certo non li vivono in competizione.Si tratta di esperienze del tutto diverse.
La sharing economy è assolutamente in linea con il migliore approccio italico ai problemi, gli da una forma e una possibilità di rinnovato vigore.
Le nostre famiglie sono piene di aneddoti legati ai modi più strampalati per arrivare alla fine del mese: chi cucinava per i vicini, chi svolgeva lavoretti, chi vendeva i gelati di sera dopo aver chiuso il negozio, chi raccoglieva i cartoni a fine turno e li rivendeva … il doppio, il triplo lavoretto hanno permesso a molte famiglie italiane di uscire dal tunnel della povertà.

L’intervento del legilstaore
È stata approvato il 17 gennaio alla Camera il provvedimento concordato da Pd, M5S, sinistra italiana e Area popolare (326 voti a favore, 23 contrari e 27 astenuti) circa la disciplina dell'attività di ristorazione in abitazione privata  (testo unificato delle proposte di legge: Minardo; Cancelleri ed altri; Basso ed altri; Ricciatti ed altri: disciplina dell’attività di ristorazione in abitazione privata (a.c. 3258-3337-3725-3807-a)

Osservazioni personalissime: solo barriere di ingresso

Prima perplessità: perché iniziare da un di cui della sharing economy (l’home resturant) e non pensare ad una regolamentazione della sharing in generale? Perché il fenomeno è liquido, e il legislatore non ha strumenti per gestirlo.

Fermo restando che la tracciabilità dei pagamenti sia necessaria quale forma di contrasto all’evasione fiscale, il testo è sì un riconoscimento dell’attività di home resturant ma è miope, non centrato rispetto al fenomeno in generale e che non coglie correttamente il tema del contrasto alla “concorrenza sleale”.

Pagamenti solo elettronici: se il presupposto è il contrasto all’evasione allora questo principio deve valere  per qualsiasi attività commerciale o professionale, senza possibilità di contanti neppure per 50 centesimi. Perché altrimenti il legislatore assume che la sharing economy sia sinonimo di evasione fiscale. Ecco, usiamo la sharing economy per elevare gli standard degli altri: facciamo sparire i contanti. Per tutti.

Le associazioni di categoria: invece di creare un’alleanza hanno scelto lo scontro, non comprendendo la spirale involutiva a cui questo atteggiamento li condannerà. Avrebbe potuto essere l’occasione per chiedere degli allentamenti, ma no: meglio difendere le caste anche a costo di continuare a sostenere vincoli assurdi e commerci illegali di licenze. Mi sarei aspettata più strategia da parte loro.

Divieto di accoppiare più forme di sharing economy, nello specifico l’home resturant con l’ospitalità. Perché? Se possiedo una piccola pensione, non posso forse aprire anche un piccolo ristorante? Qual è il senso della norma? Il numero delle licenze?

Concorrenza sleale: passiamo alle vendite on line. I prodotti costano di meno, a volte molto di meno, e vengono consegnati dove più è comodo. Direi, con gli occhi del legislatore, che siamo di fronte ad un evidente caso di concorrenza sleale. Peccato che siano gli stessi negozi a pubblicizzare i loro stessi prodotti sui loro siti web a costi inferiori (La Feltrinelli, Mediawords, Euronics, catene alberghiere anche di lusso e molti altri). Cosa è, oggi, la concorrenza?

Abitabilità: è di tutto buon senso richiedere che le attività di home resturant si svolgano in abitazioni che abbiano l’abitabilità. Peccato che la maggior parte delle abitazioni regolarmente vendute e pagate con regolari mutui bancari questa certificazione non ce l’abbia. Facciamo in modo che la norma di riferimento venga applicata correttamente in tutti gli ambiti previsti e che questo vincolo (ripeto: assolutamente sensato) non sia il modo di creare delle barriere d’ingresso ad un mercato.




Per riflettere (copiare e incollare i link)



lunedì 26 settembre 2016

Il gran casino del #fertilityday: la formazione dello staff proprio no


21 anni.
Impiegherò esattamente 21 anni per guadagnare quello che la Dott.ssa Daniela Rodorigo, ex direttore della Comunicazione del Ministero della Salute, guadagna in un anno.
I miei sudatissimi 11 mila contro i suoi 236 mila.

Il 22 settembre ero certa di essere incappata in un fake.
Ero così certa che la campagna del #fertilityday fosse stata ritirata dopo l'infelice campagna pubblicitaria della ragazza con la clessidra (convinta che fosse un fake pure quello!), che ho declassato il simpatico volatino a parodia perché ero certa che fosse uscito da un gruppo di geni del social tipo The Jakcal. E invece no.

Leggo questo articolo de La Stampa  in cui Vicky Gitto propone al Ministro Lorenzin di

"sedersi attorno a un tavolo con noi [Art Directors Club Italiano]. Potremo spiegare a lei ai suoi collaboratori cos’è un brief e quali sono i tempi e i modi per una corretta realizzazione di una compagna efficace. Spiegare come si sviluppa un progetto e valutare il risultato finale. Dare assistenza, insomma."

No. Non ci siamo proprio.
Un errore di comunicazione così deve far riflettere.

Nessuno di noi professionisti della comunicazione avrebbe potuto anche solo immaginare nel peggiore dei suoi incubi di inscenare un "orrore" del genere.

Perché ci siamo fatti le ossa con le più terribili multinazionali del mondo, quelle che ti tagliano la mano per aver messo in copia ad una mail un destinatario di troppo; con i clienti che prevedono lo decapitazione istantanea per un qualsiasi segno grafico non in linea con il manuale di corporate identity;  che includono 6 mesi di test prima di mettere on line anche una sola pagina web aziendale.

Perché abbiamo imparato a ragionare sul "dove cade la comunicazione dopo che l'ho lanciata" e perché non smettiamo mai di fare gavetta.

Non ci sto perché la PA fa di tutto per non assumere persone qualificate nel settore della comunicazione.
I bandi pubblici di selezione per funzionari della comunicazione sono pieni di requisiti inutili ed eccessivi (vogliamo parlare del master biennale in comunicazione di secondo livello richiesto dal MIBACT...un master che tra le altre cose neppure esiste!) che servono solo a stringere il cerchio dei possibili candidati ... e magari pubblichiamolo il 29 dicembre il bando, così non lo legge nessuno!

A queste persone che vivono in un limbo dorato da 236 mila euro l'anno dovremmo, mossi a compassione e pieni di spirito civico e di collaborazione tra colleghi, spiegare come si fa un briefing tecnico?

Mi ci vorranno 21 anni.



giovedì 10 marzo 2016

Il welfare aziendale delle PMI in Italia: il Welfare Index

Enea Dallaglio di Innovation Team illustra i risultati dell'indagine

Grandiosa presentazione a Roma della prima edizione del Welfare Index PMI. Erano anni che non assistevo ad un bell'evento in cui non c'è sfarzo ma puntigliosa cura del dettaglio (ma una cosa mancava: l'# ufficiale per agganciarsi alla diretta Twitter, la conversazione che stava nascendo sui social. Di mia iniziativa ho messo #welfareindexpmi... troppo lungo ma almeno ci siamo trovati!).

Ma si passi al punto e cioè all'analisi del welfare aziendale così come inventato, interpretato e rappresentato dalle PMI (una cosetta da niente: solo l’80% della forza lavoro del Paese e basta questo per capire quanto pesi su questa fetta il mondo agricolo, qui rappresentato da Confagricoltura) e a breve sostenuto grazie al regolamento attuativo della legge di stabilità 2015 che prevede importanti novità per le imprese che investono in questo settore aziendale.

Perché investire in welfare aziendale?
Perchè banalmente, come spiega Philippe Donnet CEO di Generali Italia, con il welfare aziendali vince il lavoratore, l'azienda, la comunità e il Paese. I dipendenti vedono aumentare il proprio reddito reale e beneficiano di molte iniziative di conciliazione; le aziende guadagnano fedeltà e produttività (ma questa fedeltà tanto decantata davvero conta qualcosa? mi spiace non averla mai sperimentata sulla mia pelle sia in prima persona - ok, se ci lasci avrai fatto le tue valutazioni- che verso i miei colleghi- io piango per il turn over oltre una certa soglia di sostenibilità, ma interessa solo a me! In genere si volta pagina e tanti saluti, tanto rimaniamo connessi su Linkedin...); ci guadagna la comunità locale - immagino soprattutto nelle piccole comunità- che riescono ad usufruire di maggiori servizi ed interventi (molto spesso il welfare aziendale si traduce in interventi di recupero urbanistici) e ci guadagna l'Italia: se le PMI stanno meglio ne giova tutto il sistema.
certamente la spinta verso il welfare aziendale nasce dal buon senso dell'imprenditore, ma per crescere in modo utile occorre strutturarlo. Anche perché una delle sue caratteristiche è di nascere in maniera non negoziale, sono cioè atti unilaterali che non passano attraverso la contrattazione sindacale o di altro tipo. Ma questo è spiegato da molti con il fatto che il nelle PMI ma trattativa è più semplice, avviene in conversazioni che possono svolgersi al supermercato quando un imprenditore o un dirigente incontra un collega che prima di tutto è un "compaesano". Vabbè, questa non l'hanno detta loro ma la porto io come esperienza diretta di quando lavoravo in un centro di 26.ooo abitanti e mi capitava di avere le conversazioni più interessanti e proficue di fronte all'area latticini ed insaccati...

L'indagine è stata condotta su 2.140 aziende dei tre settori produttivi (industria, commercio e servizi e agricoltura) e curata da Innovation Team.
I risultati sono prevedibili, le aree in cui le PMI risultano attive sono le tre classiche:
1 - Iniziative per la gestione del personale: formazione e sostegno alla mobilità (64,1%), assicurazioni per dipendenti e famiglie (53%), sostegno economico ai dipendenti (46,2%)
2. Iniziative classiche di welfare complementare: previdenza integrativa (40,4%), Salute (38,8%), sicurezza e prevenzione (38%)
3. Iniziative più innovative: pari opportunità e sostegno ai genitori (18,5%), welfare allargato al territorio (15%), integrazione sociale (14,1%) e conciliazione vita lavoro (4,9%)

E anche la classificazione è prevedibile

  • Vita e lavoro” (21% del totale), le imprese con rilevanti iniziative nelle aree della conciliazione vita e lavoro, del sostegno alle pari opportunità e ai genitori;
  •  “Inclusivi” (9,5%), le imprese più attive nelle aree della integrazione sociale e delle iniziative di welfare allargate al territorio;
  •  “People care” (10,8%), le imprese con iniziative concentrate soprattutto nelle aree della gestione delle risorse umane e dei fringe benefit;
  •  “Attuatori” (48%), aziende attive in diverse aree del welfare aziendale che però prevalentemente applicano quanto previsto dai contratti nazionali di categoria;
  •  “Beginner” (10,7%), imprese che sono nella fase iniziale di esperienza del welfare aziendale.

Ciò che non era prevedibile è che fossero TUTTE attive. 
Tutte.
A vari livelli, ovvio. Tutto il mondo delle PMI si è seriamente posto il tema del welfare aziendale e molte quello della previdenza sanitaria e d assicurativa, considerata - nelle parole di alcuni imprenditori presenti- come un aspetto non più correlabile al benefit aziendale ma come essenziale nella contrattualizzaizone.
Le PMI hanno visto e vissuto, e continuano a farlo, gli effetti neri della crisi e -secondo me- l'assenza dello Stato non solo a livello centrale ma anche locale. Le risorse che calano, le certezze che svaniscono, la burocrazia, la difficoltà di erogare anche un solo euro in più a beneficio della cittadinanza.
Per l'imprenditore l'azienda è la vita della propria famiglia e tutto deve essere fatto per salvarla.
Ok, non sono tutti santi, ma quelli raccontati lo scorso 8 marzo sono veramente persone che si sono rimboccate le maniche, non c'è dubbio, e non sono i soli.
Ricostruzione della scuola materna e costituzione di una squadra di calcio (Panzeri), una onlus interamente finanziata dall'azienda per la gestione dei migranti arrivati nella comunità (Lurisia),  appartamenti ad affitto calmierato per i lavoratori (Socfeder), politiche di conciliazione all'ennesima potenza (Rusconi Viaggi), assunzione di intere famiglie (Agrimad).
Alberto Baban, Presidente Piccola Industria Confindustria, lo ripete: il welfare aziendale non è e non potrà mai essere sostitutivo di quello dello Stato.
Va bene, non sostitutivo ma integrativo si. E allora l'Italia vivrà l'ulteriore frattura di chi sta dentro e chi sta fuori, di chi non sta nel pubblico e nemmeno nel "privato buono e responsabile" e ad essere fuori siamo veramente in tanti, troppi.



venerdì 19 febbraio 2016

A cosa non serve Linkedin

Si scrivono in continuazione post e articoli su come trovare lavoro con Linkedin, come costruire una personal brand reputation sui social, cosa scrivere e cosa non scrivere per apparire interessanti ("essere" sarebbe meglio? vabbè: valorizzarsi) ma niente sulla minima etichetta da seguire su un social che nasce per connettere competenze professionali, non solo per trovare lavoro ma soprattutto per trovare lavoro in Italia, visto che solo il 15% delle posizioni sono in chiaro e che tutto, TUTTO, gira su passaparola: dalla baby sitter all'AD.

Per quanto mi riguarda consulto i profili delle persone con cui ho a che fare nel mio lavoro, sia per verificare le competenze dichiarate sia per trovare un terreno di dialogo comune. Si lavora: non si deve mica diventare amici per forza!.

Ecco perché detesto profondamente l'utilizzo (forse solo italiano? non lo so) che si fa di Linkedin e cioè la vetrina.
Post rilanciati a caso, un media su cui far rimbalzare notizie generate altrove e non necessariamente in target per la comunità di Linkedin, aforismi, battute stupide, pubblicità sotto forma di interessanti convegni a cui partecipare.
Ci sono dei gruppi in cui nessuno dialoga con nessuno ma tutti, o quasi tutti, postano le proprie iniziative  certo per fare informazione ma soprattutto per portare acqua al proprio mulino.

Passi che non si accettano le richieste di persone che non si conoscono o con cui non si condividono interessi  o esperienze professionali, ma che vogliamo dire di quando provi a contattare qualcuno che magari il collegamento te lo ha pure chiesto, gli scrivi e non ti risponde? O se ti risponde lo fa settimane se non mesi dopo perché "scusa, ma il messaggio gira su un indirizzo di posta che non uso e su Linkedin non entro quasi mai". Quasi mai????

Spesso nelle richieste di collegamento inserisco dei messaggi personalizzati, ma nessuno li legge e lo capisco perché dentro magari ci sono delle domande oppure semplicemente un "Ma che piacere ritrovarti!" a cui però nessuno, nell'accettare il collegamento, dà seguito.

E allora a che dovrebbe servire Linkedin se non a sostenere lo scambio di informazioni, competenze e la nascita di networking? Linkedin è un social network...dice nulla questa parola??????

Siamo un popolo di guardoni e voyeur e basta. Punto.

lunedì 15 febbraio 2016

Brooklyn: a novel by Colm Tóibín, a movie by John Crowley

Fonte: http://www.foxsearchlight.com/brooklyn/

Si sa che se si legge prima il libro ci si resta male per come è stato girato il film,  e che se si vede prima il film l'immaginazione di ciò che si legge sarà condizionata da ciò che si è visto.
Eppure eccomi qui, a disquisire sulle differenze narrative e semiotiche di un libro che, letto in lingua inglese, mi ha letteralmente incollata fino alla fine. Specifico "in lingua inglese" perché credo che in italiano non sarei arrivata alla seconda pagina perché la trama è semplice e in una certa misura prevedibile. Prevedibile per me, perché è molto simile alla storia di mia madre che negli anni '60 ha lasciato il paesello per trasferirsi nella grande città in cerca di un futuro migliore, viveva in un convitto, lavorava e studiava per passare al lavoro in ufficio (e ce l'ha fatta) ed ha conosciuto un giovane idraulico che poi è diventato suo marito.

Il romanzo di cui parlo è Brooklin scritto dall'irlandese Colm Tòibìn.

The novel
La protagonista è Eillis, una ragazza che non decide nulla, passiva all'inverosimile, che quando compie delle scelte lo fa perché in qualche modo qualcun altro l'ha determinata a farlo, che non ha la forza di asserire alcunché. Il suo personaggio, nella penna di Tòibìn, è disarmante: nonostante sia la protagonista di un romanzo, nella realtà Eillis non è protagonista di niente. I due momenti topici della sua vita sono decisi dalla sorella Rose e dalla maligna Mrs Kelly.

Anche i momenti più deliziosi del racconto sono comunque indotti da volontà esterne alla sua o, peggio, dalla sua volontà di fuggire (nascondendosi) situazioni a lei imbarazzanti o "non convenienti" per una ragazza per bene. Devo dire che il personaggio è anche sconcertante: di fronte agli accenni di quanto avvenuto in Europa durante la seconda guerra mondiale Eillis dimostra di non saperne nulla. E quando ne parla con il suo fidanzato nota che Tony "diventa triste" e rimane triste per tutta la serata. Agghiacciante: Eillis non sapeva niente dell'Olocausto, non si pone domande e non pone domande su quella che ai suoi occhi rimane una strana reazione di Tony. Ma forse Tòibìn ha voluto utilizzare questo episodio per sottolineare la chiusura e l'isolamento culturale dell'Irlanda di quegli anni. Leggo infatti su svariate fonti che molti irlandesi non ne sapevano davvero nulla poiché l'Irlanda non ha avuto l'esperienza diretta sul proprio territorio delle atrocità della Seconda Guerra Mondiale.  Per non parlare poi di come gestisce una probabile gravidanza e il rapporto con la Chiesa Cattolica (condiviso, peraltro, da Tony). E potrei continuare perché Eillis è un'esplosione di spunti da far cadere le braccia. Insomma: umanamente, un disastro di persona.

Nel romanzo c'è una descrizione nuova degli immigrati italiani, finalmente raccontati come persone dedite al lavoro, che non si sottraggono alla fatica e che vivono il sogno di una vita migliore e piena di possibilità. Il giovane idraulico Tony sogna di aprire un'impresa edile con i fratelli, la famiglia Bartocci è proprietaria di uno dei negozi più importanti di Brooklyn, Miss Fortini  supervisiona e corregge il lavoro delle commesse. 
Mi è piaciuto moltissimo trovare delle corrispondenze tra gli anni '50 a New York e gli anni '60 in Italia: ragazze molto attente al portamento, che si trasferiscono nelle grandi città per trovare un lavoro dignitoso, che studiano e che escono la sera per fare cose del tutto normali: il cinema, la cena, il ballo.
La descrizione poi della gita domenicale al mare a Coney Island non ha nulla di diverso dalle gite domenicali al mare di Ostia che si facevano negli anni'60: stessa ressa sul trenino, stesse spiagge affollate, stessa voglia di divertirsi.
Il finale, nel romanzo, suona come una condanna: la consapevolezza di rimpiangere per sempre per una scelta subita e decisamente non voluta.

The movie
Il film (diretto dall'irlandese John Crowley e sceneggiato da Nick Hornby - niente meno che l'autore di Febbre a 90 e Alta fedeltà e che ha curato l'adattamento cinematografico di numerosi romanzi tra cui, ovviamente, i suoi) racconta, semplicemente, un'altra storia liberamente tratta dal romanzo di Tòibìn.

A voler fare un confronto (inutile) si nota un procedere per tagli e salti nel difficile - e poco riuscito - tentativo di seguire una storia molto (troppo) ricca di dettagli e di momenti solo apparentemente secondari. Manca e si perde tutto lo sfondo di un preciso periodo storico vissuto dalla città di New York (giusto qualche accenno all'espansione urbanistica verso Long Island),  dell'apertura ai clienti "colorati", sull'accoglienza dei superstiti Europei e lo spessore culturale di molti di loro subito messo a frutto per la costruzione di una nazione.

Tutta la prima parte del romanzo è condensata in pochi minuti di film; ne risulta un inizio decontestualizzato durante il quale si assiste ad un collage di ritagli e frammenti di storia appiccicati alla meno peggio.

Ciò che colpisce è però la totale riscrittura (revisione!) del personaggio di Eillis, interpretato da Saoirse Ronan (come si pronuncia!!!). Nel film siamo di fronte ad una ragazza positiva, posata ma sufficientemente anticonformista, abbastanza assertiva al punto di dichiarare -con i pugni serrati- il suo nuovo nome (My name is Eillis Fiorello) cosa di cui nel romanzo non vi è la minima traccia di possibilità che ciò accada. Né potrebbe esserci. Nel film Eillis è volta in positivo, basti pensare alla tenerezza delle lettere scritte alla sorella Rose nella quai descrive Tony in un modo molto affettuoso.

Scompare del tutto la figura di Father Flood (Jim Broadbent), l'artefice della nuova vita di Eillis a Brooklyn, che nel film si limita a apparire senza un disegno preciso, e si sminuisce a mio avviso troppo la figura di Miss Fortini (interpretata dalla bellissima Jessica Paré).

Il personaggio più fedele è invece e senza alcun dubbio Tony, interpretato dal forse troppo basso Emory Cohen. Cohen è l'incarnazione perfetta di Antonio Fiorello, difficile pensare che qualcun altro avrebbe potuto interpretarlo meglio. Forse solo Di Caprio.

Di tutta la prima parte, la scena migliore è a mio avviso quella del pranzo a casa Fiorello. Il ritmo del dialogo è verosimile e gli attori sono ben scelti. Azzeccatissimo, poi, il piccolo Frank (James Di Giacomo) che si esprime con la gestualità tipica di un italo americano da manuale. La scena, senza dubbio, è la sua.

La seconda parte del film è più precisa (nel romanzo è anche quella più breve) e l'adattamento è  migliore. Sono stati tagliati dei passaggi, non sono state raccontate delle situazioni eppure non si perde nulla nella coerenza della narrazione. è la parte che Nick Hornby ha probabilmente sentito più sua, più vicina forse anche dal punto di vista personale.
Nel film, più che nel romanzo, appare la forte passione (voluta e cercata) tra Jim Farrel (Domhnall Gleeson) e Eillis, una passione che tuttavia non necessita di dettagli o di baci erotici. Le parole che Eillis rivolge a Jim sono piene di passione e di desiderio di stare con lui, di restare in Irlanda, di avere la vita che avrebbe voluto

And the Oscar goes to...
Il film ha ricevuto tre candidature: passi per il miglior film (in fondo è una fotografia di un periodo molto inteso per la città di New York ed ha quindi un certo valore storico); passi per la miglior attrice protagonista (a Saoirse Ronan non si può dire assolutamente nulla) ma risulta davvero incomprensibile la candidatura per la migliore sceneggiatura non originale a Nick Hornby (o meglio: se non si considera da dove partiva Hornby allora sì, è una bella sceneggiatura).
A mio avviso avrebbe meritato la candidatura per i migliori costumi perché non si limita a far indossare vestiti in stile anni '50, ma fa indossare vestiti anni '50 che proprio le ragazze come Eillis e i ragazzi come Tony avrebbero indossato, discostandosi dalle mise delle super fashion coinquiline Diana e Sheila, dagli eleganti ragazzi del rugby club di Enniscorthy.

In definitiva
La sceneggiatura prende solo spunto dal romanzo di Tòibìn; una trasposizione fedele avrebbe potuto farla solo un registra "molto europeo inside" e ne sarebbe risultato un film lento e introverso. Sarebbe comunque molto adatto ad una serie televisiva su Netflix, e allora sì che potremmo vedere la vera Eillis di Tòibìn ... con grave sconcerto di chi abbia visto solo il film.

In ogni caso è un film piacevole, romantico, appassionato che ho già visto almeno quattro volte. E che rivedrò ancora.

mercoledì 23 dicembre 2015

Little talks - Of Monsters and men



Mia nonna ha passato gli ultimi anni di vita affetta dalla malattia di #Alzheimer.
Che c'entra?
C'entra che il testo di questa canzone mi riporta al periodo in cui le sue assenze mentali prendevano forma e lei tentava di contrastarle in un disperato ed inutile tentativo di aggrapparsi alla realtà.

Cercando un po' di interpretazioni della canzone, visto che non mi risulta ci siano delle "versioni ufficiali" , penso che siano tutte sbagliate.

La voce maschile è quella che non esiste, quella che sta solo nella sua testa, e lei è una persona che non riesce più a muoversi nella casa che fino a quel momento le era così abituale e confortevole. Sta perdendo il contato con la realtà e quella voce sarà la sua unica ancora di salvezza. Ma la porterà in un'altra dimensione: quella della malattia e della demenza.

Forse non è così, ma esattamente come di fronte ad un'opera di Pollock ci vedo e sono convinta di vederci un particolare significato così mirabilmente rappresentato e magari lui neppure ci pensava, colava il colore e basta, eppure io sarei disposta a pagare tutto l'oro del mondo per quel capolavoro e nessuno e nessuno mai potrà dimostrare che ho torto...così i #MonstersandMen hanno raccontato un pezzetto della mia storia e della mia famiglia.

mercoledì 11 novembre 2015

I vaccini, le ONLUS e la stampa

Ricevo tutte le settimane almeno una lettera per aderire alle campagne di raccolta fondi di qualche grande onlus.
Noto che quelle impegnate nei paesi in via di sviluppo chiedono principalmente denaro per le vaccinazioni. Anche importi minimi consentono un' incredibile quantità di vaccinazioni. Non manca poi quasi mai la foto di un bambino (sorridente, in braccio alla mamma, oppure spaventato e denutrito).
Noto queste richieste dandogli una nuova chiave di lettura: in questi mesi sta imperversando la campagna pro o contro i vaccini e non se esce perché la minoranza contraria è molto chiassosa e le stupidaggini si susseguono sui social dove - è risaputo - in pochi vanno poi a verificare le fonti citate.
Ecco un bell'articolo di WIRED: Vaccini, serve più trasparenza per contrastare le bufale

Detto questo mi stupisce davvero molto il silenzio di quelle stesse ONLUS/ONG su questo tema: da un lato battono cassa sul sacrosanto dovere di contribuire alla vaccinazione di migliaia di bambini (e io sono in prima fila su questa battaglia), dall'altro in Europa -o quanto meno in Italia, ammetto di non essere molto informata- fanno finta di nulla.

Forse sono troppo vittime delle black list del settore farmaceutico e dovrebbero decisamente decidere di farci pace. Per moltissime ONLUS/ONG anche solo sedersi ad un tavolo assieme ad una Big Pharma corrisponde ad un'onta che non potrà mai essere lavata. Salvo poi chiedere la cessione gratuita per la produzione di vaccini.

Ma se non intervengono loro in questo dibattito quasi perdutamente fuori controllo ma chi dovrebbe intervenire?
Si, si: il Ministro, i medici, i pediatri, le famiglie...ma loro, le onlus - le terze parti per eccellenza in questo dibattito-  metterebbero davvero tutti a tacere.

Se chiedi i soldi per vaccinare dal morbillo migliaia di piccoli che rischiano di morire per una malattia che tutti - scioccamente- in Italia abbiamo declassato a "innocua", perché non intervenire per dire alle mamme italiane: ma che cavolo state facendo? Lo sapete che in alcuni paesi il morbillo è la prima causa di morte infantile? E che fino a pochi decenni fa anche qua la malattia mieteva vittime?

Ma soprattutto: ci può essere nel mondo un giornalista italiano che faccia la domanda giusta alla persona giusta e crei un filone di dibattito vero e costruttivo???
Cavoli: possibile che nessuna redazione abbia pensato di intervistare una ONLUS/ONG su questo tema?